(di Alessandro Santo Pastore*)
Dopo aver letto con attenzione i due articoli pubblicati su Mesagnesera.it – quello che analizza i possibili candidati alla carica di sindaco e quello che anticipa l’incontro interlocutorio di sabato 14 febbraio convocato da Toni Matarrelli – non posso esimermi dal condividere una riflessione personale. Da circa trent’anni conosco da vicino la macchina amministrativa del Comune di Mesagne: prima come dipendente comunale, poi come assessore e consigliere di opposizione, e oggi come tecnico professionista che quotidianamente si interfaccia con uffici, dirigenti e funzionari. Ho visto cambiare giunte, maggioranze, sindaci e approcci al governo della città. E proprio per questa lunga frequentazione con Palazzo Celestini, mi permetto di esprimere un sentimento che, forse, in pochi oserebbero ammettere: un pizzico di invidia verso tutti i nomi che circolano in queste ore per la successione a Matarrelli.
Invidia, sì, ma non per ambizione o desiderio di potere. Al contrario: invidia per la loro sicurezza, per la convinzione – manifestata da quasi tutti, a quanto trapela dagli ambienti politici – di essere all’altezza del ruolo di sindaco e, soprattutto, di poter vincere le elezioni. Io, al posto loro, avrei un timore reverenziale. E non lo dico per modestia di facciata. Conosco troppo bene la complessità dell’Ente, le sue rigidità burocratiche, le aspettative dei cittadini, le maglie strette dei bilanci, le pressioni esterne. E soprattutto conosco l’eredità lasciata da Toni Matarrelli.
Fare l’assessore nella sua giunta è stata, per molti versi, una passeggiata. Non era richiesto un eccesso di problem solving, di idee innovative o di visione strategica a lungo termine. Bastava l’affidabilità: essere leale, presente, esecutivo. Le decisioni vere – quelle importanti e anche quelle apparentemente minori – le prendeva quasi sempre lui. Matarrelli era sindaco, presidente della Provincia, presidente dell’AIP: un accumulo di ruoli e autorevolezza che gli permetteva di spremere il massimo (e a volte anche di più) dall’apparato amministrativo. Non dava spazi a nessuno, nel senso buono del termine: centralizzava per efficacia, per evitare dispersioni, per imprimere una direzione chiara. Era lui l’interfaccia con la Regione, con lo Stato, con le istituzioni sovracomunali. Gli assessori e i consiglieri potevano “fare” senza dover inventare nulla di eroico.
Ricordo bene un episodio di alcuni anni fa, quando io e Gino Vizzino ricordammo gli anni passati entrambi da assessori nella giunta Scoditti (2010-2013). In quell’occasione ci siamo detti, guardandoci in faccia: “Noi due non avremmo mai potuto fare gli assessori con Matarrelli sindaco”. Non per antipatia, ma per consapevolezza dei nostri limiti rispetto al suo stile. Lui richiedeva un livello di dedizione e di allineamento totale che non tutti potevano (o volevano) garantire.
Ho saputo, da fonti vicine agli ambienti della maggioranza attuale, che uno degli ex-assessori nel manifestare la propria disponibilità a candidarsi abbia detto: “Se lo ha fatto Franco Scoditti, lo posso fare anche io”. Quanto ingenuo, mi verrebbe da commentare con affetto. Gli anni di Scoditti erano anni difficilissimi: patto di stabilità rigido, stampa ostile, opposizione presente e agguerrita, contributi statali e regionali ridotti al lumicino. E anche all’interno della maggioranza diverse posizioni. Eppure quell’amministrazione, nelle condizioni date, ha fatto tanto bene. Ha amministrato con rigore, ha tenuto in piedi la baracca senza crolli clamorosi. Non era un’impresa da poco.
Oggi il contesto è diverso, ma l’eredità di Matarrelli è diventata un metro schiacciante. Chiunque subentri dovrà misurarsi con un sindaco che ha governato con consenso plebiscitario, che ha azzerato l’opposizione in Consiglio, che ha saputo coniugare pragmatismo e carisma. E qui sta il punto dolente della mia riflessione: nessuno dei profili emersi finora – chi per un verso, chi per l’altro – mi convince che possa reggere il confronto con quel modello.
Invidio la loro sicurezza, ma dubito fortemente che siano all’altezza del compito che li attende. Non per mancanza di qualità personali – molti di loro (non tutti) ne hanno – ma perché il salto da assessore a sindaco “post-Matarrelli” è enorme. Servirebbe qualcuno capace di centralizzare senza autoritarismo, di innovare senza stravolgere, di ascoltare senza perdere la barra del timone. Qualcuno che avesse la capacita di capire, affrontare e magari risolvere i problemi amministrativi. Non solo fare favori.
Io, conoscendo la macchina comunale fin dentro le sue viscere, mi ritengo inadeguato a quel ruolo. E proprio per questo, con onestà, penso che molti dei candidati in campo dovrebbero porsi la stessa domanda.
Mesagne merita un sindaco all’altezza dell’eredità ricevuta. Non un “sostituto”, ma qualcuno che sappia rilanciare e magari fare anche meglio. Il tempo stringe. Speriamo che dal cilindro esca qualcosa di più di una mediazione al ribasso. Perché la città non può permettersi un passo indietro. nella foto la stanza del Sindaco di Mesagne
* ingegnere, ex assessore comunale
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