Per la rubrica “Storie del ‘900” una lettera da una nostra lettrice, continuate a scriverci!
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Andare indietro nel tempo mi costa un po’ di fatica.
Non è facile alla soglia degli ottanta anni ricordare tante cose, ma, soprattutto, non è facile non provare emozioni quando le cose si ricordano.
La nostra è stata una generazione particolare: i figli potevano “fare solo i figli” e nessuno di noi si sarebbe mai azzardato a decidere qualcosa per se stessi. Io non ho deciso di non studiare, ma più semplicemente mio padre decise per me! Se avessi potuto, probabilmente, oggi avrei un titolo di studio perché, tra l’altro, a me piaceva molto andare a scuola: al mattino ero pronta, con la mia cartella di cartone in mano, almeno mezz’ora prima dell’orario e solo perché qualcuno mi tratteneva non uscivo così presto da casa! Ho frequentato fino alla quarta elementare, la quinta classe non l’ho potuta fare perché sarebbe stata classe mista. Ho ancora nelle orecchie la voce di mio padre che diceva a mia madre: “arritiriti figghiata ti la scola, m’annu tittu ca a’uannu stanno miscati masculi e femmini!”.
E’ questa frase segnò la fine della mia carriera scolastica! C’è da dire, comunque, che in quelli anni saper leggere o, semplicemente, saper mettere la propria firma era grande cosa.
Aver frequentato la quarta elementare rappresentava per la famiglia, ma anche per tutto il vicinato, un cosa davvero importante: avevano me come riferimento per qualunque cosa, sapevo leggere e scrivere!.
Quando ci fu la seconda guerra mondiale io avevo poco meno di vent’anni, partirono mio padre e mio fratello. Naturalmente anche il paese si svuotò: non si vedevano più uomini in giro, c’erano solo bambini, donne e nonni, troppo anziani per andare a combattere.
In quel periodo non c’erano i telefoni e l’unica possibilità per comunicare con chi era lontano erano le lettere o le cartoline, quelle postali che non avevano immagini per cui si poteva scrivere sia da un lato che da l’altro, diventando così una lettera. I tempi per ricevere la posta erano molto lunghi, sia perché il servizio non era buono, sia perché con la guerra in atto la posta molto spesso era ferma per lunghi periodi.
io ero quella della famiglia che si occupava di questo: scrivevo a mio padre e a mio fratello
ma , ben presto cominciai a scrivere lettere anche per il vicinato. Eh si, perché le vicine di casa, ricevute le lettere dal fronte, venivano da me per farsele leggere perché nessuna di loro aveva un sol giorno di scuola! Poi qualcuna, timidamente, cominciò a chiedermi se potevo rispondere a quelle lettere; praticamente era impossibile dire di No. Innanzi tutto non ne ero capace, poi la guerra ci faceva sentire tutti sulla stessa barca e ci si aiutava come si poteva.
Io lo facevo scrivendo le lettere ai loro figli e mariti.
Nessuno mi diceva cosa dovevo scrivere, cosa raccontare della loro vite e lasciavano tutto al mio “saper scrivere”. La frase che sentivo sempre dire era: “vedi tu cosa scrivere, tu sai, noi…….. che possiamo dirti?”.
Le prime volte era difficile anche per me, non sapevo se ciò che scrivevo, andava bene, in fondo non c’era granché da raccontare della vita quotidiana qui a Mesagne.
Pian piano, però, diventò sempre più facile: era sufficiente parlare dei loro figli, del lavoro in campagna, del raccolto e di come si cercava di andare avanti anche con la loro assenza.
Per chi era al fronte era di conforto sapere che tutto andava più o meno bene, che il più piccolo cominciava a camminare e a pronunciare le prime parole, una più di tutte: “PAPA!!”
Si faceva sapere se la raccolta delle olive andava bene; se l’uva era stata attaccata dalla peronospora…. insomma tutte quelle cose di cui si interessava chi restava a casa e doveva in qualche modo tirare avanti.
Si scriveva di sera, quando ormai la casa era “sistemata” e non era più orario di ricamo. A quei tempi, noi signorine avevamo da ricamare la “dote” e di sera non si poteva fare poiché l’illuminazione era scarsa, non c’era il televisore o altro per passare il tempo per cui era il momento dello scrivere.
Il mattino dopo mi recavo da chi aveva commissionato la lettera, la leggevo chiedendo se andava bene, se bisognava aggiungere qualcosa, e puntualmente mi sentivo dire: “c’è stai bella, quanti belli cosi a’ scrittu!”.
Questa frase per me era il più bel ringraziamento. Naturalmente non mi aspettavo niente da loro. Lo facevo con passione, per me era l’unico modo di dare loro una mano in quel brutto periodo dove si viveva con la palpitazione che una brutta notizia potesse giungere dal fronte. Nei loro occhi leggevo la contentezza nel sapere che quelle parole sarebbero arrivate ai figli, ai mariti, ai fratelli che combattevano quella assurda guerra, voluta da altri, in terre lontane e sparse per il globo di cui non si sapeva l’esistenza si conosceva solo il nome e non la loro posizione geografica: Schio, Thiene, Bassano, il Carso, Rodi Egeo……..erano ormai diventati paesi dal nome familiare ma non avevamo minimamente idea dove si trovassero.
Ricevere una lettera rappresentava, comunque, un momento di gioia, un momento importante, un momento in cui tutto si fermava…ERA ARRIVATA LA LETTERA!
A questo proposito ho un altro ricordo che mi piace raccontare.
Succedeva, talvolta, che il postino, lavorando la sera nel suo ufficio, si accorgeva che c’era qualche lettera in giacenza, così rientrando a casa, passava da noi per consegnarcela, sapeva quanto era attesa. Era un pensiero caro, ed era molto discreto. Pensate che data la tarda ora e per evitare maldicenze e salvaguardare la rispettabilità di mia madre, bussava alla porta e diceva: Non aprire sono il postino, ho una lettera la infilo sotto alla porta e spero dia buone notizie, buona notte!
A quel punto tutti ci radunavamo intorno al tavolo per leggere la lettera, che intanto ci aveva fatto capire che erano vivi.
Non si può immaginare cosa si provava: i sentimenti e le emozioni che suscitava quel pezzo tanto prezioso di carta scritta. Non era una semplice lettera, era la lettera che veniva dalla…..guerra!
Complimenti a questo articolo e la qualità per come è stato scritto, considerando che la lettrice ha frequentato solo la quarta elementare!! Ritrovo tutto, ma proprio tutte le stesse cose che mi raccontava mia madre. Anche lei fece solo la quarta elementare, eccelleva negli studi e anche lei non fu più mandata perché la quinta sarebbe stata una classe mista. Mi raccontava pure della discrezione dei postini che, quando potevano, portavano la lettera di sera con la discrezione descritta nell’ articolo. E della gioia delle persone che, analfabete, apprezzavano le lettere scritte da lei per conto loro e immancabilmente commentavano:… Leggi di più »