Negli anni del Novecento, Mesagne era un piccolo centro pulsante di vita, dove la maggior parte della popolazione era composta da contadini. Questi uomini e donne, spesso nullatenenti, si dedicavano alla dura vita dei braccianti agricoli, guadagnando a malapena il necessario per sopravvivere. La loro esistenza si svolgeva principalmente nel paese, tra le anguste e misere case del centro storico, piuttosto che nei campi, come era consuetudine in altre zone della Puglia.
Le loro condizioni economiche erano tragicamente precarie. Le paghe basse e la disoccupazione, che variava a seconda delle stagioni, rendevano la vita di questi contadini un continuo affanno. La numerosa figliolanza complicava ulteriormente le cose; in certi inverni, quando le olive non venivano raccolte e le piogge impedivano il lavoro nei campi, il Comune era costretto a distribuire razioni di pasta e fagioli, un piatto che diventava l’unico sostentamento per molte famiglie.
La loro dieta quotidiana era frugale. Per sei giorni alla settimana, si nutrivano di una minestra semplice, «la pignata», preparata con legumi secchi e poco condimento, consumata solo una volta al giorno, al ritorno dai campi. A mezzogiorno, nei campi, si accontentavano di pane e pomodoro in estate, o di pane e fichi secchi in inverno. La carne era un lusso raro, una prelibatezza che si concedevano solo poche volte all’anno, spesso cucinata in modo da fare un ragù per condire le “orecchiette”, che mangiavano solo la domenica, fatte in casa con farina non abburattata.
I loro vestiti erano semplici e robusti, realizzati in cotone grezzo, tinti di blu con l’indaco. Il lavoro nei campi era duro e impegnativo: armati di zappa, affrontavano il caldo, il freddo e gli elementi, percorrendo a piedi strade polverose e fangose per raggiungere le loro piccole proprietà. La loro giornata di lavoro si prolungava fino al tramonto, diceva un vecchio proverbio:«Quando canta la cuccuasciola, lassa ca è ora, lassa ca è ora», ricordava che era giunto il momento di fermarsi.
Tra i contadini, vi erano anche i piccoli proprietari che possedevano un asino, utilizzato per il trasporto, dato che la maggior parte non poteva permettersi un carretto. Al calar del sole, le squadre di contadini tornavano a casa, stanchi e silenziosi, con la zappa sulle spalle, mentre altri sul dorso degli asini.
In questo mondo rurale, i contadini si dividevano in due categorie principali: i “villani”, che lavoravano la terra, e i “frascari”, occupati nella potatura degli alberi. I frascari, noti per il loro carattere rissoso, portavano con sé il loro roncolo, il principale attrezzo da lavoro, che spesso utilizzavano anche per risolvere le dispute. Quando erano “brilli” ponevano facilmente “mano allu ruencu” Questi lavoratori si spostavano a piedi dalla campagna, portando sulle spalle le lunghe scale di legno.
Nei primi decenni del secolo, la vita agricola era ancora primitiva: i concimi chimici non esistevano e i mezzi di trasporto erano per lo più animali. Così, i contadini, per fertilizzare i loro terreni, mandavano i ragazzi, in giro per le strade, a raccogliere le escrementi degli animali, un lavoro umile ma necessario.
In questo contesto di fatica e povertà, la vita dei contadini mesagnesi del Novecento era un intreccio di lotte quotidiane, tradizioni e speranze, un’esistenza segnata dal sudore e dalla determinazione, ma anche da una profonda connessione con la terra e le sue stagioni.
Storie del ‘900: i contadini mesagnesi
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