
Vincenzo Legrottaglie
(di Vincenzo Legrottaglie) L’autunno è la stagione migliore per affrontare un viaggio in serenità senza la calca estiva e l’affollamento di porti, aeroporti e stazioni da parte dei numerosi turisti. Una destinazione in linea d’aria molto vicina a Mesagne è la regione balcanica e il mezzo suggerito, una volta raggiunto il territorio slavo o illirico, è il treno. Un’avventura lenta da vivere tra paesaggi mozzafiato come quelli bosniaci, albanesi o macedoni.
Una tratta ferroviaria meno conosciuta, ma altamente suggestiva, è quella che unisce Peja a Pristina, in Kosovo. Tale viaggio l’abbiamo effettuato, qualche anno fa, insieme a un gruppo di giornalisti italiani desiderosi di conoscere il più giovane stato europeo. Partendo da Peja ci siamo lasciati alle spalle le “montagne maledette” e le contorte gole della valle di Rugova. Con il convoglio partì anche il ricordo di tante storie, pagine letterarie e pellicole ambientate lungo la strada ferrata che oltrepassava la Cortina di Ferro e ricordate vicendevolmente dai partecipanti a quell’indimenticabile esperienza.
I Balcani sono stati attraversati, durante il Novecento, dal mitico Orient Express che da Londra arrivava a Istanbul, sul Binario 1. “Si udì un fischio, e un lungo, malinconico sibilo della locomotiva. Ci fu uno scossone improvviso”. Non si tratta delle annotazioni di servizio di un capotreno, ma di Agatha Christie in “Assassinio sull’Orient Express” (Mondadori, prima edizione it. 1934). Il treno – continua la scrittrice britannica – “aveva incominciato il suo viaggio di tre giorni attraverso l’Europa. Quella sera l’Orient Express arrivò a Belgrado alle nove meno un quarto. Non sarebbe ripartito fino alle nove e quindici. Il freddo era pungente e sebbene il marciapiede fosse protetto, fuori cadeva una fitta nevicata”.
Nel 1969 sul treno da Pristina a Belgrado salì il giovane Beghjet Pacolli, già ministro degli esteri del Kosovo, ex marito della cantante barese Anna Oxa ed imprenditore di successo. “Mi allontanavo dalla mia terra per la prima volta, – scrive Pacolli – dopo avere terminato le superiori ed essermi iscritto all’università. In Occidente ero consapevole delle difficoltà in cui avrei potuto imbattermi, avevo delle ambizioni e intendevo realizzarle”.
Pacolli continua: “Questi erano i pensieri che si affastellavano nella mia testa, mentre dal finestrino vedevo scorrere le sagome delle città e dei villaggi kosovari, avvolti dall’oscurità di una notte settembrina, interrotta appena da qualche rara luce. Mi appisolai e mi risvegliai di continuo, complice lo stridio del convoglio che sfrecciava sulle rotaie. L’indomani mattina arrivai a Belgrado”. Il viaggio è raccontato dettagliatamente nel suo libro “Nulla è impossibile” (Cairo editore) presentato a Polignano a Mare, in provincia di Bari, durante il festival “Il libro possibile”, edizione del 2018.
La dissoluzione della Jugoslavia ha portato su quei treni tanti viaggiatori come Marina Catena, consigliere politico del Ministro degli esteri francese Bernard Kouchner – Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite in Kosovo dal 1999 al 2001.“Visto dal finestrino del treno, piuttosto che dalla Toyota o dall’oblò dell’elicottero, il Kosovo mi sembrava ancor più drammatico, più epico, più suggestivo” – scrive Catena nel suo libro “Il treno di Kosovo Polje” (Sellerio, 2002). “Il finestrino agiva da lente d’ingrandimento e mi avvicinava ancor di più alla realtà permettendomi di osservare i villaggi e la gente senza che questa si accorgesse di essere spiata, di guardarla mentre annaffiava l’orto, dava da mangiare alle galline, ravvivava il fuoco nell’aia, ricostruiva il tetto” – conclude Catena.
Il cinema ha ambientato molte scene sulle tratte balcaniche come le trasposizioni cinematografiche del capolavoro della Christie, l’ultima nel 2017, una produzione statunitense diretta da Kenneth Branagh con Johnny Deep.
Su quei treni è salito anche l’attore Sean Connery nei panni dell’agente Bond in “A 007, dalla Russia con amore”; la pellicola del 1963 è stata in parte realizzata tra le stazioni di Belgrado e Zagabria. In realtà si trattò di teatri di posa in Turchia, per poi far terminare la trama del film, con un rocambolesco inseguimento tra motoscafi, nella laguna veneta.
Emir Kusturica, regista bosniaco che vive a Belgrado, in “La vita è un miracolo” (2004) ha raccontato la storia, ambientata prima e durante la guerra tra la Serbia e la Bosnia Erzegovina, di un ingegnere serbo dall’ottimismo innato che ha lavorato al progetto della ferrovia di Mokra Gora, nella Serbia occidentale, dove è sorto dal nulla durante la lavorazione del film, il villaggio di Drvengrad, oggi meta per i turisti e sede di un festival cinematografico.
A bordo del Treno Azzurro si è svolta l’ultima scena di una storia politica e personale molto importante, quella del presidente Tito che, su quelle carrozze, aveva girato instancabilmente la Jugoslavia per cementare la fratellanza tra le varie etnie e ricevere gli ospiti internazionali. Alla sua morte, nel 1980, le spoglie del Maresciallo furono messe a bordo del convoglio che partì, bardato a lutto, per un estremo saluto al Paese. La Jugoslavia giunse così alla sua ultima fermata.
Intanto il nostro treno partito da Peja, dopo quasi due ore, si fermò a Kosovo Polje (in serbo) o Fushë Kosovë (in albanese), il luogo dell’epica battaglia della Piana dei Merli, combattuta tra serbi e ottomani nel giorno di San Vito, del 1389. L’ultima fermata fu Pristina, la capitale o il capoluogo a seconda dei punti di vista. Lungo l’itinerario, malgrado la modernizzazione, scorgemmo le case ancora distrutte dalla guerra tra serbi e albanesi. La rete a binario unico non era elettrificata e la marcia della motrice fu rallentata dalla mancanza dei passaggi a livello, della protezione della strada ferrata e dall’attraversamento di veicoli, pedoni e animali. Dal finestrino la campagna cedette il posto ai nuovissimi palazzi che sorgevano veloci, nella periferia della città, sovrastando quelli del costruttivismo socialista.
Scesi a Pristina entrammo in una caffetteria nei pressi della stazione, sembrava, in tutto, un luogo da romanzo: ai tavoli solo uomini intenti a parlare, giocare a dama e bere rakija (distillato molto alcolico), il locale era affollato, niente servizio al banco come si usa tuttora da quelle parti, infatti per i balcanici ingurgitare velocemente il caffè in piedi è un’usanza da “barbari”. Il colore dominante fu il grigio per l’intenso fumo sprigionato dalle sigarette degli avventori malgrado l’introduzione, in quel momento, dello specifico divieto di fumare nei luoghi pubblici, nel tentativo di importare in Kosovo gli stili di vita dell’Europa più evoluta. Un ambiente da caffè, ritrovato a Pristina, come quelli che c’erano anche a Mesagne nel secolo scorso, luoghi destinati quasi esclusivamente alla clientela maschile. Un cameriere, con un gesto amichevole, ci indicò un tavolo e il pensiero volò all’istante alle parole di Daniele Giancane, già docente di Letteratura per l’infanzia all’Università di Bari, in “Poesia dal Kosovo” (Besa, 1999): “Ovunque nei Balcani, l’ospite è sacro, il tempo relativo, le notti lunghe, i discorsi interminabili, il senso di isolamento identico, il desiderio di contatti e di amicizia con l’Europa uguale”.
Nel 1972 la Jugoslavia possedeva 10.332 chilometri di binari e le stazioni erano connesse, in un concetto moderno di intermodalità, con il servizio degli autobus per raggiungere i villaggi più sperduti. Le guerre degli anni Novanta hanno depauperato buona parte delle linee ferroviarie che con fatica sono state anche riaperte grazie alla cooperazione internazionale.
Molto è stato fatto dall’Italia con l’intervento di un’unità specialistica dell’Esercito, il Reggimento Genio Ferrovieri di stanza a Castel Maggiore (Bologna), che ha recuperato parte delle linee nei paesi balcanici in cui è stato schierato. Su quelle strade ferrate sono transitati tanti uomini, donne e mezzi della missione KFOR, attiva fin dal 1999 (in foto).
La Kosovo Force della NATO è attualmente sotto il comando del generale di divisione turco Özkan Ulutaş e il contingente italiano in Kosovo è il più numeroso, con circa 900 militari, pari al 20% della forza complessiva. L’Italia è presente con unità organiche e personale di staff di tutte le Forze Armate. In particolare, il Regional Command West (RC-W), la Multinational Specialized Unit (MSU) e l’Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR) Battalion sono reparti a guida italiana. “Tale contributo conferma l’impegno costante del nostro Paese per la stabilità dei Balcani e il sostegno alla popolazione e alle Istituzioni kosovare” – si afferma in una nota del Ministero della Difesa.