
Aldo Simone
Il prof. Aldo Simone, nativo di San Pietro Vernotico, sul blog “Le briciole di Minerva” ha pubblicato “Un’intervista impossibile”, con il Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, traendo spunto dal libro di Luigi Argentieri, “Messe, soggetto di un’altra storia”.
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Dopo l’intervista impossibile a Guerrazzi, mi sono cimentato in quella al generale Giovanni Messe.
ALDO – Generale, buongiorno e grazie per aver accettato il mio invito a farsi intervistare da un suo conterraneo di San Pietro Vernotico. La prima domanda è sul suo paese d’origine, che non è San Pietro Vernotico ma Mesagne, ridente cittadina salentina a pochi chilometri da San Pietro Vernotico. Quale ricordo conserva di Mesagne?
MESSE – Quello di un paese che custodisce grandi tesori artistici, tant’è che l’attuale Ministro della Cultura, Franceschini, l’ha candidato a capitale della cultura 2024. Il ricordo più commosso poi va alla mia famiglia: umile ma dignitosa; una famiglia insomma del profondo Sud, abituata a vivere onestamente grazie al lavoro di mio padre che faceva il pizzicagnolo ossia il piccolo commerciante di generi alimentari.
ALDO – Dove si è formato?
MESSE – All’Accademia Militare di Modena; è lì che ho imparato ad applicare il sapere all’arte militare, preparandomi così a vivere con consapevolezza e senso di responsabilità le mie molteplici esperienze di comando: dalla Libia al primo conflitto mondiale e poi l’Etiopia, l’Albania, la Grecia, la Russia e l’Africa. Infine, c’è stato l’impegno politico, a difesa della riconquistata libertà e della sovranità nazionale, messe pericolosamente a repentaglio dalla smania del PCI d’infrangere la linea filo-atlantica dei governi centristi e dare l’Italia in pasto alla politica imperialista dell’URSS.
ALDO – Quest’ultimo impegno è forse quello che lo ha fatto soffrire di più, vero?
MESSE – Sì, perché i comunisti, nel secondo dopoguerra, mi hanno attaccato con virulenza sulla stampa e in Parlamento, dove sedevo dopo essere stato eletto in una delle liste monarchiche di quel tempo, accusandomi di essere stato un servo sia di Mussolini sia di Hitler. Il che è stato dimostrato falso perfino in sede giudiziaria, tant’è che Luigi Pintor, il giornalista che con più acrimonia mi aveva calunniato dalle colonne dell’ “Unità”, fu riconosciuto colpevole del reato di diffamazione e condannato a vari mesi di carcere più altre pene accessorie. Nel dispositivo della sentenza si legge: “Il generale Messe, quale soldato, fu fedele verso la Patria e le leggi dello Stato e verso Mussolini sino al 25 luglio 1943, cioè finché questi
rappresentava il governo” (in L. ARGENTIERI, Messe soggetto di un’altra storia, Burgo editore, Bergamo 1997, pp. 296-7).
ALDO – Bene, allora vediamo di analizzare i fatti sine ira et studio, partendo non dalla Prima guerra mondiale, durante la quale si comportò valorosamente come attestano le sue onorificenze e una tavola di Beltrame sulla “Domenica del Corriere” a lei dedicata, ma dall’Albania, dal momento in cui, nel corso della Seconda guerra mondiale, incominciò a entrare gravemente in crisi tutto l’apparato militare italiano, con grande sconcerto di alcuni gerarchi più illuminati, come per esempio Giuseppe Bottai.
MESSE – Ebbene, per capire che cosa successe in Albania, bisogna fare un passo indietro: il 10 giugno 1940, com’è noto, Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, convinto che la Germania avesse già vinto. Sentendosi poi umiliato dalla condotta politico-militare della Germania, volle mettere Hitler di fronte al fatto compiuto e attaccò la Grecia il 28 ottobre 1940, pensando di riportare una facile vittoria. Invece la cosiddetta “guerra parallela” subì in Grecia una disastrosa battuta di arresto e perfino il capo di stato maggiore, Badoglio, dovette dimettersi e lasciare il posto a Cavallero. In questa difficile circostanza fui mandato in Albania, perché nel frattempo il fronte si era spostato dalla Grecia in Albania, a tamponare le falle che si erano aperte nel nostro schieramento a causa del freddo, della disorganizzazione e dell’energica controffensiva greca. Feci quel che potei e qualche risultato riuscii ad ottenerlo, ricompattando la nostra linea difensiva e, soprattutto, trasmettendo ai miei subalterni e a tutta la truppa lo slancio combattivo che nel corso della campagna era venuto del tutto meno. Fu così che, anche grazie all’intervento tedesco, riuscimmo alla fine ad avere la meglio sulla Grecia. D’altronde, anche in Africa settentrionale, più o meno nello stesso arco di tempo, il nostro esercito era stato sbaragliato dalle truppe inglesi e aveva ripreso ad avanzare solo dopo l’arrivo di uomini e mezzi dell’Afrika Korps al comando del generale Rommel. Per non parlare poi dell’Africa Orientale Italiana, completamente abbandonata a se stessa e facile preda delle soverchianti forze inglesi.
ALDO – Dopo la Grecia, Mussolini decise di sostenere lo sforzo bellico tedesco in Russia, inviando in questo lontano e sterminato paese un corpo di spedizione italiano (CSIR) comandato da lei, generale Messe . Perché la scelta di Mussolini cadde proprio su di lei?
MESSE – Premetto subito che la scelta non fu dettata da una mia presunta adesione al fascismo, perché io al fascismo non attribuivo particolari meriti politici, se non quello di essere stato riconosciuto dal mio re in grado di reggere le sorti dell’Italia, dopo le tragiche vicende del “biennio rosso” (1919-1920), durante il quale la violenza socialcomunista sembrò sul punto di prevalere, come già era successo in Russia. Il mio compito alla testa del CSIR fu sempre duplice: combattere i sovietici con ogni mezzo, senza però macchiarsi di crimini di guerra come invece accadde ai tedeschi, e, contemporaneamente, tenere a bada e contrastare, ove necessario, la tracotanza di questi ultimi. Inoltre mi preoccupai di rifornire i miei uomini di tutti quegli indumenti pesanti di cui avrebbero avuto certamente bisogno nell’imminente stagione invernale, tra il 1941 e il 1942, inviando un ufficiale di mia fiducia ad acquistare sul libero mercato della Romania capi di abbigliamento, stoffe e pellicce adatti all’uopo. Nel 1942 tentai invano di dissuadere Mussolini dal trasformare il corpo di spedizione in un’armata, passando da un impegno già logisticamente gravoso di 100.000 uomini a quello ancor più gravoso di 200.000 uomini circa. Non ci fu niente da fare ed io preferii tornarmene in Italia, anche perché il comando dell’ARMIR (nuova denominazione del nostro corpo di spedizione in Russia) fu affidato a Gariboldi, di cui non nutrivo grande stima.
ALDO – Infatti nel diario di Ciano si legge quanto segue: “Vedo Messe di ritorno dalla Russia. Ha il sangue agli occhi contro Cavallero perché gli ha proposto il vecchio e fesso Gariboldi nel comando dell’Armata…Come tutti coloro che hanno avuto a che fare coi tedeschi, li detesta e dice che il solo modo per trattare con loro è quello dei cazzotti nello stomaco” (G. CIANO, Diario 1937-1943, a c. di R. De Felice, Rizzoli, Milano 1980, p. 627).
MESSE – Beh, si sa, Ciano nutriva un odio viscerale nei confronti dei tedeschi e della “tedesca rabbia”, come dice il Petrarca, anche perché figlio di quel Costanzo che da buon dannunziano li aveva visti sempre come nemici naturali dell’Italia. In fondo avevano ragione… se solo si pensa al trattamento riservato ai nostri soldati a Cefalonia, per non parlare degli altri eccidi ai danni della popolazione civile.
ALDO – Ebbene, dopo di ciò il Duce la convoca per affidarle il comando delle nostre truppe in Africa settentrionale.
MESSE – Anche in questo caso bisogna fare un passo indietro. Nel 1942, come si sa, ci fu la sconfitta dell’Asse ad El Alamein e Rommel incominciò a ripiegare senza riuscire a capovolgere la situazione come altre volte gli era riuscito di fare e ciò per colpa soprattutto sua: non aveva voluto con testardaggine teutonica dare retta a noialtri italiani che anteponevamo la conquista di Malta (“Esigenza C3”) all’avanzata verso Alessandria d’Egitto. Pretese addirittura, e ottenne, che la Folgore fosse mandata allo sbaraglio in pieno deserto, anziché essere paracadutata come previsto su Malta. Così i carri armati dell’Asse rimasero senza carburante, perché i nostri convogli dall’Italia venivano puntualmente intercettati dai sommergibili e dagli aerei di stanza a Malta. Ritengo perciò che la responsabilità principale della sconfitta finale ricada sui nostri alleati, solitamente ritenuti più forti (cosa vera solo per quanto riguarda la superiorità degli armamenti). Si aggiunga a tutto ciò il danno enorme prodotto da Enigma (la macchina tedesca per cifrare e decifrare): ad essa gl’inglesi contrapposero efficacemente Ultra e la colpa delle fughe di notizie di vitale importanza per l’Asse fu attribuita, con la solita spocchia, dai tedeschi agl’italiani. E poi che bisogno c’era di attaccare l’URSS che fino a quel momento aveva regolarmente rifornito la Germania di preziose materie prime? Quando il Duce mi convocò per darmi l’incarico di organizzare l’ultima strenua difesa del nostro contingente in Africa (il grosso dell’Afrika Korps si era nel frattempo dileguato), mi resi subito conto che si trattava di fare il “comandante degli sbandati” e accettai per puro spirito di servizio, cercando nei limiti del possibile di rallentare la poderosa avanzata degli anglo-americani in Tunisia e fu in un certo senso un successo che costò caro ai nostri nemici. Alla fine fummo costretti ad arrenderci e Mussolini mi nominò Maresciallo d’Italia, il grado più alto nella nostra gerarchia militare. Lo fece sua sponte, perché mi stimava sul serio; poi quando apprese della mia decisione di ricoprire la carica di capo di stato maggiore del risorto esercito regio, quello per intenderci nato proprio a San Pietro Vernotico il 26 settembre 1943 e ricopertosi di gloria nella battaglia di Monte Lungo, mi accusò di tradimento e lo fece con lo stesso rammarico di chi “racconta la storia di un amore tradito” (L. ARGENTIERI, Messe soggetto di un’altra storia, cit., p. 219), ma le assicuro che fu, il suo, un amore non corrisposto!
ALDO – Non nutro alcun dubbio sulla veridicità anche di quest’ultima sua affermazione e prendo commiato da lei riconoscendola degna d’imperitura memoria.
Nella foto il busto bronzeo del maresciallo Messe