
La storia della medicina esplora gli archivi, compulsa i testi del passato, esamina gli oggetti e gli strumenti, misura i fatti e delinea le biografie, per comprendere e spiegare. Proprio le biografie sono uno dei campi più interessanti e fruttuosi per la conoscenza storica, con il loro carattere prismatico che consente di osservare le diverse componenti in azione nel periodo che le vite degli uomini attraversano. Accogliamo quindi con giusto interesse il documentato saggio che ci svela le vicende di una genealogia di medici fino ad oggi piuttosto nascosta nell’ombra della storia. I medici della famiglia dei Cavaliere di Mesagne hanno dato esempio di un buon impegno clinico, intrecciato via via con i doveri civili e politici di amministratori pubblici. Si tratta di un contributo presentato nell’ultimo congresso della Società italiana di storia della medicina in Roma e che ora, con qualche integrazione, si offre per la pubblicazione in un periodico letto da tanti professionisti militanti nella medicina generale e nelle specializzazioni, per ricordare loro l’importanza del conoscere storico.
Si è da poco costituito un Centro per lo studio e la promozione delle professioni mediche – in una sede che si colloca proprio di fronte al singolare Tempio votivo del Medico d’Italia, sorto nel 1938 a Duno in Valcuvia – per invitare a studiare, con rinnovato impulso, il ruolo e la evoluzione nel tempo dell’opera dei medici e dei chirurghi nella società moderna e contemporanea. Si deve riflettere su quanti ci hanno preceduto, con attenzione ad una storia che, anche limitatamente agli ultimi anni, si presenta complessa e aiuta a comprendere meglio il momento attuale e le problematiche odierne sulla scena della malattia e dell’arte del guarire.
Enzo Poci* Prima Parte. Con la collaborazione di Gianfranco Ignone.
«Napoli, 22 novembre 1860, mia cara Eva… Ho un gran desiderio di ritirarmi tra voi, si perché il mio scopo unico era quello di vedere quell’insieme di cose che dovevano precedere la venuta del Re, ed il Re stesso, come ancora perché il frastuono di una gran Città mi annoia molto. Lo scopo mio essendo stato ottenuto, non ho altro motivo di trattenermi, se non quello di disbrigare qualche altra commissione (…). Dite a Daniele che può assicurare Carmelo Summa che il figlio sta bene, come tutti gli altri nostri volontari io non gli ho veduti, ma un loro uffiziale mio amico me lo ha assicurato. Ora si trovano a Caserta. Pel figlio di compare Vito Ignone non posso dirvi nulla, perché nessuno ha saputo dirmi dove si trova il 10° di linea.
Tanti saluti a tutti: bacio la mano alla mamma. Sono per la vita. V° Aff.mo Fratello, A. Cavaliere».
Queste parole scriveva da Napoli alla sorella Eva il medico mesagnese Annibale Cavaliere, che si era recato nella capitale partenopea per assistere all’ingresso trionfale del re Vittorio Emanuele II, avvenuto il sette novembre del 1860.
Nato a Mesagne, fertile cittadina allora nella Terra d’Otranto, il sette marzo 1820, alle ore «sette di notte», da Annibale e da Carmina Guarini, come nella consuetudine di quei tempi egli aveva ricevuto, insieme con il nome Annibale, quelli di Batuele, Apelle e Tommaso.
La sua famiglia, originaria di un paese vicino, San Vito dei Normanni, ma che si era stabilita definitivamente in Mesagne nella prima metà del ‘600 – con «Andrea Modugno di Santo Vito, detto per soprannome Cavaliero» – fu la protagonista degli eventi politici e culturali mesagnesi per tutto l’Ottocento, ben di là dagli anni del Risorgimento.
Il primo Annibale Cavaliere, l’agrimensore e padre del suddetto, «ardente liberale», per tutta la sua vita era rimasto fedele verso i proponimenti costituzionali, tradotti in un attivismo politico che, sbocciato ben presto dopo il ritorno borbonico sul trono di Napoli, aveva attraversato per intero i decenni del primo risorgimento meridionale – caratterizzato dal subito nascere e dall’estinguersi repentino dei circoli clandestini, dagli incontri esclusivi e dagli attentati sporadici mai fruttuosi – conservando un fare sempre prudente ed estraneo da ogni estremo di violenza che gli aveva permesso di sopravvivere, indenne, alle insidie delle delazioni anonime, delle ripetute “visite” domiciliari e all’attenzione continua da parte dell’autorità giudiziaria e di polizia[6].
Nel 1820 egli aveva preso parte alle prime cospirazioni contro i Borboni, vestendo l’incarico di tesoriere della “setta” locale dei Carbonari; nel 1829 era stato accusato di fare parte di una nuova setta carbonara ed era stato eletto presidente del Circolo Costituzionale di Mesagne nelle tumultuose giornate del 1848, delle quali le effigie impresse su questi due ampi fazzoletti serbarono sempre viva nel cuore del vecchio agrimensore la memoria dei fermenti e dei sogni di cambiamento e di modernità.
Il secondo Annibale – lo denominiamo con queste parole per distinguerlo dal genitore – studiò dunque Medicina nell’Università di Napoli, dove, conseguita la laurea, si trattenne ancora per un certo tempo per svolgere la pratica clinica necessaria per conseguire il titolo abilitativo all’esercizio della professione, nello svolgere la quale egli ebbe «un occhio clinico importante». E lo studio indefesso che lo tenne occupato «nelle migliori ore della sua giornata» dette a lui «una facilità di conoscere tutto quanto era lo scibile umano allora sottoposto ai mortali»[9].
Il giovane dottore ritornò a Mesagne dove profuse il suo impegno soprattutto nella cura degli infermi privi dei beni di sostentamento e dove fu il sindaco nel biennio “unitario” 1859-1860 e dal 1867 al 1872. Le parole presenti in questo invito alla comunità, stilato nell’evento della sua morte, l’uno dicembre 1894, consegnavano ai ricordi di un popolo l’immagine nobile del pubblico amministratore:
«Municipio di Mesagne, Gabinetto del Sindaco. Mesagne 1 dicembre 1894 – il Dottore Annibale Cavaliere non è più!
Sindaco, Presidente della Congregazione di Carità, Medico, Cittadino, diè sempre ed in ogni contingenza prova di alto intelletto, di rettitudine rara, di spirito di sacrificio e di vivo attaccamento alla propria terra natale e benemerito quindi della patria. Son certo quindi che ogni ordine di cittadini vorrà dare allo estinto prova della ricompensa del paese seguendone la salma all’ultima dimora.
A rendere, però, più solenne il tributo di affetto all’amico comune io son certo che V.S. unitamente agli appartenenti a codesto ufficio vorranno intervenire all’accompagnamento. La riunione avrà luogo alle ore 9 antimeridiane in via Epifanio Ferdinando dinnanzi alla casa dell’estinto ove si formerà il corteo».
La scomparsa del dottore Annibale Cavaliere fu cagione di commozione unanime nella vita politica della città. Nella tornata del 3 dicembre 1894, esaudite le formalità di rito, il verbale dell’assemblea del Consiglio Comunale recita: «Il consigliere Sig. Avv. De Francesco (…) propone si sciolga la seduta in segno di lutto, per l’avvenuta morte del Dottor Annibale Cavaliere (…) per rendere doveroso omaggio alla memoria di colui che spese la propria esistenza in pro del paese, lasciando larghissima eredità di affetti e fama di scienziato che onorerà il paese».
Il Presidente del Consiglio Comunale, Prof. Muscogiuri, dichiara che non ripeterà «l’elogio dell’illustre defunto, poiché dopo l’unanime solenne manifestazione di compianto datogli stamane dal paese, e dopo le belle e sentite orazioni degli amici Dottor Biscosi e Avv. De Francesco, al popolo commosso, ogni aggiunta sarebbe superflua». Il relatore non può dimenticare che «è scomparso un amministratore integerrimo, di stampo antico, uno scienziato profondo, che riassumeva in sé la coltura del paese e forse della Provincia e che sarà ritenuto indubbiamente per l’uomo più illustre che abbia dato Mesagne (…).
Dice che il Dottor Annibale Cavaliere sarà additato a modello di cittadino, di scienziato e di patriota alle generazioni future…».
Ogni giudizio espresso in relazione con il dottore Annibale Cavaliere – formulato dagli amministratori dei vari enti, dai politici e dai comuni cittadini – trova un’eco puntuale nelle pagine che Giorgio Cosmacini ha voluto dedicare alla scienza ed alla deontologia medica.
«Il medico, da sempre, era un tecnico dell’osservazione: il suo sesto senso era l’occhio clinico, un senso privilegiato, fondato sull’esperienza e sull’intuizione, che prolungava la capacità percettiva ben oltre i limiti sensoriali del gusto, dell’olfatto, della vista (ispezione), del tatto (palpazione), dell’udito (percussione, auscultazione). Il mestiere di medico si basava tecnicamente su di un’osservazione più approfondita che in passato e su di un’analisi dettagliata; ma le basi tecniche del mestiere mettevano radici, dalla metà dell’Ottocento in poi, anche in un sapere diversamente fondato».
«Socializzazione della medicina e scientificità dei suoi metodi erano le coordinate entro cui si disegnava, nel secondo Ottocento, la linea ascendente dell’evoluzione del mestiere (…). Il medico veniva ancora considerato un sacerdote, ma di una religione nuova, la religione dell’onesto, e di un nuovo culto, il culto della scienza». Il medico era il titolare di un mestiere «il cui apparato tecnico era L’oriuolo coi minuti secondi, il termometro per uso clinico, l’abbassatore della lingua, lo stetoscopio, il plessimetro (…) nonché una siringa per iniezioni ipodermiche. Questa tecnologia ancora povera era compensata da un’antropologia certamente più ricca: se lo stetoscopio interposto fra l’orecchio del medico e il petto del paziente inaugurava la tendenza tecnologica al distacco interumano, una partecipe filantropia, versione laica della carità, riduceva o annullava il distacco fra i due».
Il rapporto di natura personale tra il medico e il suo paziente continuava in quello pubblico tra il medico e la società: «Medico vero non può essere chi non sente imperioso nel cuore l’amore per gli uomini (…). La scienza al servizio dell’uomo imponeva al medico di immedesimarsi nel ruolo irrinunciabile di operatore sociale (…). Il mestiere di medico era anche quello di educatore alla salute, di maestro degli stili di vita. I medici sono uomini di scienza che hanno conosciuto ciò che è utile e buono e che pertanto assillano la lenta società, maestri di igiene, maestri di morale».