Tra il 2005 e il 2014 il professionista italiano ha, in media, mantenuto a fatica i suoi livelli di reddito nominale, ma se si tiene conto dell’inflazione, la perdita in termini di reddito reale sfiora il 24%. Non tutti hanno segnato degli arretramenti così marcati. Medici, infermieri e veterinari, per esempio, si sono salvati: negli ultimi 10 anni il loro reddito reale è cresciuto del 7,1%. Commercialisti e ragionieri, un tempo considerati insensibili alle fluttuazioni del ciclo economico, hanno perso il 14%. Ingegneri ed architetti, alle prese con la più grande crisi edilizia dal dopoguerra, hanno perso il 22%, mentre la peggio è toccata proprio agli avvocati con un drammatico -35% del reddito depurato dall’ inflazione (e anche a guardare solo il reddito nominale in questo caso il calo è del 23%). Se poi si guardano i dati nel dettaglio emerge con chiarezza chi sono i perdenti tra i perdenti: i giovani iscritti da poco tempo agli albi professionali. Fino almeno ai 35 anni il reddito difficilmente supera i 1500 euro al mese. Come, e a volte perfino meno, di un buon operaio specializzato.
I nuovi poveri? Avvocati, architetti e commercialisti
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