(fonte IL7Magazine – di Marina Poci) La sua prima pennellata a olio il mesagnese Giovanni (per tutti Gianni) Avasto l’ha stesa su una tela che dopo è diventata un auto ritratto illuminato dalla fiamma di una candela, realizzato tra gli undici e i dodici anni. Un quadro poi smarrito, che certa mente sarebbe stato interessante ammirare accanto alle opere della sua mostra “Musa e Miti”, visitabile presso il Salone dell’associazione culturale Giuseppe di Vittorio, in via Castello numero 20, a Mesagne, dall’8 al 20 luglio (dalle ore 20 sino alla mezzanotte di ogni giorno).
A partire da quei dodici anni già profetici di talento, Avasto non ha mai smesso di dipingere: anzi, per dirla con le parole della professoressa Maria De Mauro, che ne ha curato questa prima personale, “qualunque cosa di altro abbia fatto nella vita, è stato secondo alla pittura”. Eppure, schivo e modesto com’è, ha impiegato svariati decenni a farsi convincere ad esporre fuori dalla sua abitazione e per un pubblico che non fosse esclusivamente quello dei famigliari e degli amici più stretti.
“Già un anno fa, insieme ad amici comuni”, racconta il dottor Giovanni Galeone, presidente dell’associazione Di Vittorio, “ero stato a casa di Gianni a vedere i suoi quadri, che mi avevano colpito molto. Si parlava già di organizzare una mostra alla Di Vittorio, ma alla fine non se n’è fatto nulla, soprattutto perché Gianni è una persona molto umile, non ama proporsi ed essere al centro dell’attenzione. Quest’anno evidentemente i tempi erano maturi, quindi ci siamo dati da fare per curare l’organizzazione. L’inaugurazione è stata molto partecipata, cosa che ci rende particolarmente orgogliosi, anche perché, se non fosse stato per questa occasione, probabilmente le opere di Gianni Avasto, che mi piace definire “esordiente maturo”, sarebbero rimaste sconosciute ai più. E sarebbe stato un vero peccato, considerato il loro valore”.
Prima dell’autoritratto ad olio, Avasto aveva soltanto disegnato a matita e dipinto ad acquerello, osservando il padre e, soprattutto, lo zio Giovanni, professore di educazione artistica di molte generazioni di mesagnesi e pittore di spessore, i cui quadri, donati allacittà messapica, campeggiano sulle pareti del piano nobile di Palazzo dei Celestini, sede del Comune.
Per tutta la vita Avasto è stato impiegato come segretario nelle scuole della provincia e ha dipinto nel tempo libero, partecipando al massimo a qualche collettiva e condividendo i mondi fantastici realizzati su tela sol tanto con la moglie Carla, la musa cui fa riferimento nel titolo della mostra, il cui giudizio è sempre stato imprescindibile ma sufficiente. “Questa mostra è il sogno che non avrei mai immaginato di vivere. La mia passione per la pittura nasce nel contesto famigliare. Sin da quando ero molto piccolo, mi incantavo a osservare lavorare mio zio Gianni, che mi mostrava le sue tele, mi spiegava le varie tecniche pittoriche, mi faceva conoscere sui libri di arte gli autori che molti anni dopo ho poi ammirato dal vivo nei musei che tuttora amo frequentare”, ricorda Avasto, persona estremamente riservata e introversa che, piuttosto che interloquire direttamente con i visitatori, si concede il piacere solitario di osservarne le reazioni alla vista delle sue opere, godendo delle emozioni che legge sui visi ammirati dei tanti che in questi giorni si soffermano nel salone della Di Vittorio.

Orfeo ed Euridice
Autoritratti, il volto amato della compagna, gli amici di una vita, una particolarissima Natività e molti dei miti conosciuti del mondo classico, tra cui una tristissima Pandora circondata da tutti i mali del mondo, fuoriusciti dal famoso vaso donatole da Zeus, e uno spaventoso Ade che cattura per sempre la giovane Euridice, vittima dello sguardo imprudente del marito Orfeo: questo è quanto Avasto ha scelto di condividere, tutti quadri realizzati tra il 2016 e il 2023 in cui, come ha ben sottolineato la professoressa De Mauro, “emerge la passione per la figura umana, per corpi e volti che a fatica rimangono dentro lo spazio assegnatogli dalla cornice”.
C’è un che di fanciullesco nel modo in cui descrive la sua arte, soprattutto quando dice “Per me un quadro è finito quando comincia a emozionarmi. Ci sono quadri che ho iniziato e finito in mezza giornata e altri che ho impiegato mesi a realizzare: tutto è sempre dipeso dal momento in cui l’emozione che avevo in testa è arrivata sulla tela esatta mente così come volevo trasmetterla. Pur avendo studiato l’arte grazie agli insegnamenti di mio zio, ho sempre considerato la tecnica secondaria. Non sono un pittore di professione, non vivo dei miei quadri, perciò posso permettermi la libertà di differenziare i miei interessi pittorici. Spesso i professionisti, una volta trovata una via che piace al pubblico, tendono a ripetersi. Io non voglio che i miei quadri diventino complementi d’arredo, altrimenti avrei fatto scelte diverse. Punto ad emozionarmi e ad emozionare”, precisa, genuinamente sorpreso di riscontrare in chi visita la sua mostra meraviglia, entusiasmo e persino commozione. È un romantico, Gianni Avasto, uno che, quando osserva esposti uno di seguito all’altro i quadri che per anni ha tenuto nelle stanze della sua abitazione, sospira di incanto mentre sussurra alla moglie: “Ma guarda, li conosco così bene, li ho dipinti, li abbiamo tenuti in casa così tanto tempo: pensavo di essermi abituato a guardarli, eppure ancora mi riempiono di stupore”.
Sui prossimi progetti pittorici, alcuni dei quali già ben avviati, dice e non dice: forse dal mito approderà alla storia, con una composizione di corpi umani per illustrare un episodio della storia antica di Roma molto noto, con il quale si sono misurati i più grandi artisti di tutte le epoche. Certo è che, dopo avere iniziato a esporre, Avasto non ha alcuna intenzione di fermarsi: un “esordiente maturo”, per dirla con Giovanni Galeone, ma ben determinato.
