La strada che porta dalla Porta Grande al passaggio a livello ferroviario di via S. Vito dei Normanni é intitolata al tenente Roberto Antonucci che morì giovanissimo in Russia nella Seconda Guerra Mondiale. L’altro ieri, 12 novembre, é stato l’anniversario della sua nascita avvenuta a Mesagne il lontanissimo 1912. Mesagnesera lo vuole ricordare con questo approfondimento realizzato grazie alla collaborazione della famiglia. Molto toccante la lettera che il padre scrisse al suo Betto e che pubblichiamo integralmente su gentile concessione dei familiari.

Il Tenente Medico Roberto Antonucci nacque a Mesagne il 12 novembre 1912, figlio del Dr. Oreste e di Donna Maria Nacci. Durante la sua infanzia, si distinse per la sua natura gentile e allegra, trascorrendo un’adolescenza serena nel suo paese natale.
Completò gli studi secondari a Lecce, presso il Collegio “Argento” e il Convitto Nazionale “Palmieri”. Successivamente, si iscrisse all’Università di Pisa, dove conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1937, scegliendo di specializzarsi in Pediatria all’Università di Bologna.
Nel 1938, entrò nella Scuola Allievi Ufficiali Medici di Firenze e, al termine del corso, fu assegnato al 3° Alpini. Partecipò alla Guerra di Spagna, prestando servizio in reparti di Artiglieria. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, si trovò al Fronte Occidentale, dove subì due ferite. In seguito, si unì alla gloriosa Divisione “Julia” sul Fronte Greco, distinguendosi per atti di valore che gli valsero due citazioni al valore militare.

Anelando a essere assegnato a un reparto operativo in Russia, ottenne finalmente il trasferimento, ma non fece mai ritorno. Le notizie fornite dai commilitoni indicano che potrebbe essere deceduto a causa delle dure condizioni della prigionia in Russia. I suoi familiari si impegnarono instancabilmente per recuperare e traslare la salma del defunto, ma purtroppo senza successo.
Per onorare la sua memoria, lo scultore livornese Giulio Guiggi realizzò un’opera in marmo di grande ispirazione, che fu benedetta e inaugurata il 27 novembre 1947 alla presenza delle autorità, della comunità mesagnese e di reparti militari. Il monumento è situato a destra del viale d’accesso al cimitero, perennemente dedicato al suo ricordo.
LA LETTERA
Non sembri strano e nuovo che un padre scriva poche parole del proprio figlio. L’immenso dolore lo trascina a questo strappo.
Roberto! Sul fronte di Francia riportasti due ferite e mai me ne rendesti edotto, e per ben due volte, sempre a mia insaputa, domandasti far parte della spedizione in Russia, come volontario. Destino orrendo era il tuo! Vani furono i miei consigli, vane le mie insistenze e le mie preghiere; non volesti desistere dal tuo proposito. Partisti, soffristi, ne avesti la morte e che orribile morte! Come fiore reciso cadde la tua giovane vita! Moristi nell’età delle soavi illusioni e degli affetti generosi quando l’anima ha slanci irrefrenabili, quando la vita appare tutta gioia! Moristi quando più lieto e più bello ti sorrideva l’avvenire lasciandomi, con “larga eredità di affetti” il dolore più cocente, lo strazio più atroce.
Ed ora, per me, da tanto tragico fato percosso, gelidamente affranto dall’angoscia, tutto il mondo è lutto e tutto ciò che mi circonda è pianto!
« Forte stringendo l’affannoso petto con la bruna vela nel mar del dolore io mi sospingo!››
Possa il tempo spiegare le sue ali consolatrici su questa mia grande sventura, lenirmi lo spasimo, mitigare l’immenso dolore!
Ma quando, quale fu la tua fine? Mistero! Soccombesti forse a Balasov sulla gelida terra d’un fetido “bunker” disteso su di un ghiacciato gradino, con le ginocchia appiccicate nell’incavo delle ginocchia d’un altro già morto, fra le scorie dei dissenterici, il lezzo morboso della cancrena che indisturbata ed inesorabile avanzava sugli arti congelati già in disfacimento, tra i gemiti strazianti, gli urli spaventosi, i deliri ossessionanti dei feriti e dei morenti che, giorno e notte, senza conforto, senza aiuto ne speranza di tregua, spasimavano con la certezza d’una orrenda disperata fine?
Ove trascinarono i Mongoli il tuo cadavere, completamente nudo, legato per il collo? Quanto tempo rimanesti insepolto sulla neve, sotto il cielo spietatamente diaccio? La tua carne fu pasto di belve o di tuoi simili che, più di quelle, erano rabbiosamente affamate? E le tue povere ossa? Disperse sulle orrende steppe di Russia e senza pace di tomba!
O fosti uno dei tanti che nella desolata, nevosa, sconfinata tundra disseminata di morti, al pallido chiarore lunare, al tenue lugore della neve sterminata, nella cupa turbinosa tempesta, esaurito dalla fame, dal freddo, dalle forzate interminabili marce esausto, rattrappito, congelato, ti accovacciasti ai lati della lunga teoria di prigionieri, fantasmi nel grigiore della tormenta e, stremato delle tue ultime energie, rimanesti li a Kalacì, aspettando la morte col sistematico proiettile alla nuca?
Ed in quell’ora estrema, con la tristezza infinita della gioventù che si sente morire, quanti cari ricordi balenarono nella tua mente, velata dalle sofferenze, già prossima ad offuscursi, ed evocasti i tuoi lari, le persone amate e chiamando tua madre prorompesti in disperato pianto! Era l’ultimo, ineluttabile, fatale momento del tuo orrendo avverso destino!
Carne stanca e dolorante fuor di tempo e spazio! Non umanità, non amore, nè carità, nè speranza di aiuto confortarono i tuoi ultimi istanti di vita, “senza baci moristi e senza lagrime”! Povero figlio, cui fu negato aver chiusi gli occhi da carezza materna o da mani amiche!
Pur sapendoti morto, mi risorgi quotidianamente in affermazione di vita e mi è di conforto ricordare un tuo gesto, una tua parola ove risuoni l’eco del tuo cuore che non batte più e che va al mio, che non si consolerà mai più.
Come da mare furente sospinto ad un porto, a te sempre torna il mio pensiero. Parmi sentire la tua voce, e, desioso, ti attendo mentre ho battiti di affetto e sussulti di amore; parmi che tu mi debba apparire improvvisamente per abbracciarmi e ti sento, Betto mio, vicino a me; ho la dolce illusione che l’amor tuo non potrà mai illanguidirsi o mancare; credo che tu, figlio mio, intendi tutti i miei dolori segreti e le pie memorie venerate nel sacrario del cuore! Ma, ahimè! Vaneggio. Invano ti attendo; tu, Betto, non torni più!
Anima eletta, cui non sorrise il sognato avvenire, ti chinasti al fato!
Betto, tu, che mi guardi dal lontano regno dei Morti, vedi che tuo padre beve in silenzio la cicuta del pianto e lascia nel tuo ricordo, tutta l’anima sua!
«Oh! non senti il sospiro dell’alma che attraverso gli spazi, desolata, ti anela, ti chiama?”
Lucente di amor patrio cadesti, nella lieta fioritura degli anni, lasciando orgoglio a noi e agli amici grata ricordanza!
Spirito angelicato dal dovere, Il tuo volto mi staglia nel cuore come lampada eterna! A te penso, per te prego!
E per il dovere, o infausti politicanti, gentaglia miseranda ed iconoclasta dei valori morali e spirituali che furono la stella orientatrice di tutti i martiri lungo l’ascesa dei loro calvari di strazi, di scempi e di morte, pel dovere tanti giovani lasciarono la loro patria per andare al sacrificio; partirono per andare a sentinella della loro tomba; nella gelida terra seppellirono tutti i loro sogni, tutte le loro speranze, tutti i loro affetti nel momento più bello delle loro aspirazioni verso l’avvenire, ebbero il martirio più infame e “l’abbandon fraterno!”
Ma più che la morte puote l’amore! La tua fede nei destini d’Italia, l’orrenda tua fine, le tue povere ossa sperdute in terra straniera, esacerbando il dolore, sublimano il mio affetto per te e perciò, prima di raggiungerti nel regno dell’infinito, ti elevo questo lacrimato marmo, inno perenne dell’amore umano – ma ben triste e meschino conforto alla mia disperazione – perchè il dolce tuo ricordo duri!
tuo padre