La Porta Grande di Mesagne si erge maestosa, non solo come una semplice struttura architettonica, ma come un testimone silenzioso delle lotte e delle conquiste di una comunità. Questa Porta, che rappresenta la principale testimonianza dell’antica cinta muraria della città, è una fusione di storia, arte e simbolismo. Sebbene le sue origini siano avvolte nel mistero, è chiaro che la sua costruzione risale a prima del 1596, anno in cui è documentata in un disegno che ne evidenzia l’importanza. L’attuale forma della Porta Grande, nota anche come Porta Boreale o di Napoli, risale al 1784, frutto di una ristrutturazione necessaria dopo che un parziale crollo nel 1764 ne aveva compromesso la stabilità.
Realizzata in tufi di carparo, la Porta Grande presenta un unico fornice con un arco a tre centri, che incarna la maestria artigianale del tempo. Sull’arco, lo stemma dell’Università di Mesagne e il simbolo nobiliare del marchese Giuseppe Barretta raccontano di un’epoca in cui il potere e il popolo si intrecciavano in un delicato equilibrio. La parte più scura della Porta rappresenta la struttura originale, mentre quella più chiara è il risultato della ricostruzione del XVIII secolo.
Ma la Porta Grande non è solo un monumento architettonico; è un simbolo di identità e resistenza. Durante il tentativo del marchese di smantellarla completamente, appropriandosi dei blocchi di carparo, il popolo mesagnese si mobilitò, riconoscendo nella Porta non solo un accesso fisico alla città, ma anche un emblema delle proprie libertà. La reazione dei mesagnesi portò a una ricostruzione rapida e significativa, sottolineando quanto fosse profondo il legame tra la popolazione e questo monumento.
Al cuore di questa storia di lotta e riconciliazione si trova l’“Istrumento di Concordia” del 1520, sulla parte inferiore destra vi era collocata una lapide che ricordava l’accordo che segnò un momento cruciale nella storia di Mesagne. Questo documento, frutto di negoziazioni tra la Piazza dei Nobili e la Piazza del Popolo, stabilì che gli organi rappresentativi dell’Università fossero eletti alternativamente dai due ceti, creando un equilibrio di potere che rifletteva le tensioni sociali dell’epoca. Le modalità di elezione non solo garantivano rappresentanza, ma sottolineavano anche la necessità di una cooperazione tra le diverse parti della società. Con il sindaco scelto un anno dai Nobili e l’anno successivo dai Civili, l’accordo promuoveva una forma di governo inclusivo.
Le controversie legate a questo accordo, come il diritto di portare le aste del baldacchino durante la processione del Corpus Domini, (tra nobili e popolani sorse una controversia sul diritto di portare quelle aste) evidenziano le complessità di un equilibrio sempre in divenire. Questo documento non era solo una norma legale; era un patto sociale che stabiliva le basi per una convivenza pacifica, una sorta di manifesto della volontà di costruire un futuro condiviso.
La Porta Grande, con la sua imponente struttura e la sua storia intrisa di significato, diventa così il simbolo di questo impegno collettivo. Ancora oggi, durante le celebrazioni del Corpus Domini, la Porta accoglie i partecipanti, riflettendo le tradizioni che affondano le radici nell’Istrumento di Concordia. I cerimoniali che si svolgono intorno a essa sono una celebrazione di quell’eredità, un richiamo alla memoria storica e un segno della vitalità di una comunità che continua a riconoscere l’importanza dell’unità.
La Porta Grande non è solo un accesso fisico alla città di Mesagne, ma un portale verso il passato, un simbolo di speranza e di concordia, racconta la storia di un popolo che ha saputo unirsi per difendere i propri diritti e costruire un futuro insieme, testimoniando che, anche nelle sfide più difficili, la comunità può trovare la forza di risollevarsi e prosperare.
Foto di Davide Giaffreda