A cinquantasei anni dalla morte, Giovanni Messe (1883 – 1968) continua a richiamare l’attenzione degli storici. Infatti, sul finire del 2024, a Mesagne, sua città natale, in provincia di Brindisi, è stato dato alle stampe il “Dossier Messe” a cura di Tranquillino Cavallo e Mario Vinci, per conto dell’Istituto culturale “Storia e Territorio”. L’opera si compone di quattrocento pagine e costituisce un diario-dossier sull’uomo, il militare, il politico Giovanni Messe, meglio conosciuto come l’ultimo Maresciallo d’Italia, facendo riferimento al grado apicale della carriera degli ufficiali generali fino al 1947.
L’Istituto mesagnese “Storia e Territorio”, presieduto da Mario Vinci, ha sentito l’esigenza di tenere insieme, secondo una sequenza cronologica, tutto quello che è stato prodotto negli anni o recuperato nel corso delle indagini condotte da solidali o da studiosi, ricercatori e appassionati, che hanno deciso di occuparsi del Maresciallo, incuriositi, per i più svariati motivi, dalla figura di quest’uomo che ha attraversato il Novecento, fra Monarchia, Ventennio e Repubblica.
È opportuno ripercorrere alcuni cenni biografici sul personaggio, prima di approfondire il volume in questione. Messe è ricordato come uno dei massimi esponenti dell’esercito italiano, per aver percorso l’intera carriera: soldato, sottufficiale e ufficiale. Il Generale è protagonista delle principali campagne militari portate avanti dall’Italia nel Novecento, iniziando con l’invio in Cina, subito dopo la rivolta dei boxers, nel 1903, per poi passare dalla guerra di Libia del 1911 alla Grande Guerra, dalle guerre coloniali fino al Secondo conflitto mondiale. In quest’ultimo evento, il Maresciallo era stato al centro di avvenimenti della massima importanza: aveva avuto il comando del corpo di spedizione italiano in Russia prima e il comando della Campagna di Tunisia successivamente. Rivestì l’oneroso incarico di ultimo Governatore della Libia, dal febbraio al maggio del 1943, e quello di Capo di Stato maggiore generale delle Forze Armate del Regno del Sud, durante la guerra di Liberazione del 1943 – 1945.
Nel periodo post-bellico, il Maresciallo svolse un ruolo di primo piano nell’organizzazione di movimenti politici che si rivolgevano ai reduci e agli ex combattenti. E successivamente, al pari di molti altri importanti esponenti delle Forze Armate, trovò la sua collocazione politica in quel vasto e indefinito settore collocato a destra della Democrazia Cristiana, rimanendo in Parlamento per ben tre legislature.
Tra l’altro, il Mesagnese svolse un’intensa attività pubblicistica che fu spesso motivo di contrasti con i partiti della Sinistra, particolarmente con il Partito comunista italiano, sfociati talvolta nelle aule dei tribunali, soprattutto in relazione alla campagna di Russia e alla sorte dei prigionieri italiani. Messe è stato autore di alcune fondamentali monografie di storia militare della Seconda guerra mondiale e si qualificò, inoltre, come un convinto fautore del Patto atlantico.
Il “Dossier Messe” costituisce un corpus in cui sono confluiti i contributi di storici, politici, associazioni e cittadini che hanno animato per oltre mezzo secolo la vita della comunità mesagnese riguardo al Maresciallo. Si tratta, in buona parte, di testimonianze pubblicate su testate locali, provinciali e, talvolta, d’interesse giornalistico nazionale o specialistico. Il volume si presenta con un ricco apparato iconografico, fotografie d’epoca, documenti storici e atti parlamentari, soprattutto in appendice. In particolare, alcuni argomenti, tra gli altri, sembrano aver polarizzato il dibattito: l’adesione al fascismo, la carriera politica e la collocazione del busto di Giovanni Messe.
In merito all’adesione al fascismo da parte del Maresciallo, il figlio, il dottor Gianfranco Messe, nella prefazione del “Dossier”, afferma che il padre è sempre stato “Fedele al giuramento al Re prestato nel 1901 da volontario sergente”. Lo stesso aggiunge poi: “Le uniche vicende belliche a cui mio padre non ha partecipato sono state l’impresa fiumana di D’Annunzio e la guerra di Spagna, ma si trattava di conflitti con forte connotazione politica e volontaristica, due caratterizzazioni non conformi alle convinzioni di mio padre, militare di professione”. Inoltre, nel 1923, con il grado di tenente colonnello, il Mesagnese era stato nominato, per un quadriennio, aiutante di campo effettivo del Re Vittorio Emanuele III.
Sulla stessa scia di pensiero, Enzo Poci, a pagina 73, auspica di voler “incontrare gli amministratori e le intelligenze della città in una sorta di processo culturale, o ideale, istruendo, forse nelle stanze del Lab Creation [spazio aggregativo e culturale in Mesagne], un pubblico dibattimento che veda impegnati avvocati specialisti, in un confronto franco tra l’accusa e la difesa, con il consiglio e il supporto degli storici della materia, che concluda l’annosa questione con il giudizio ultimo: assolto o condannato”. Inoltre, Poci si chiede: “Assolto o condannato: ma da e per quale colpa? Quale colpa è ascritta ad un ufficiale del regio esercito che, in una guerra errata ed orrenda, è rimasto a lottare in testa dei suoi soldati, dividendo le loro sofferenze, motivandoli e mantenendoli uniti per riportarli a casa vivi, nel maggior numero?”.
L’auspicio di Poci sembrerebbe, in parte, essersi realizzato con la presentazione del “Dossier” proprio nel Lab Creation, il 29 gennaio di quest’anno, alla presenza di Giuseppe Semeraro, presidente del Consiglio Comunale di Mesagne e dei vertici dell’Istituto “Storia e Territorio”.
L’esito sfavorevole per l’Italia delle campagne di Russia e Tunisia estenderà i suoi effetti anche sulla carriera politica di Giovanni Messe. Infatti, nell’appendice I del “Dossier”, è riportato, in versione integrale, l’intervento a Palazzo Madama del senatore Emilio Sereni. L’esponente comunista definirà Messe come il “maresciallo della disfatta”, con un discorso molto polemico pronunciato il 9 marzo 1955, durante una vivace riunione parlamentare. Questa è stata una scelta molto chiara dei curatori, Cavallo e Vinci, che hanno voluto inserire nel testo sia gli interventi favorevoli sia quelli contrari, per consentire ai lettori di comprendere le diverse prese di posizione nel dibattito politico e in quello storico-culturale, inerenti la figura del Generale. Tale approccio costituisce un valore aggiunto alla preziosità del volume e allontana da esso qualsiasi intento meramente celebrativo.
A Mesagne, sul finire degli anni Settanta, fu costituito un comitato civico presieduto dall’allora sindaco, Cassio De Mauro, che decise di commissionare allo scultore Cesare Marino la realizzazione bronzea, a grandezza naturale del busto di Messe, da collocare su un monumento che fu realizzato appositamente in piazza San Michele Arcangelo.
Tranquillino Cavallo, a pagina 109, spiega l’esito della fatto definendo il posizionamento dell’opera come un “Progetto che non si è mai concretizzato a causa dei ripetuti veti posti sulla vicenda. Così, per alcuni anni tutto è passato nel dimenticatoio, nessuna Amministrazione si è preoccupata di colmare questa lacuna e di rendere omaggio a un valoroso soldato al quale non è stato intitolato neppure un vicolo della città. È stata titolata solo l’associazione combattenti e reduci. A nulla sono valse le pubblicazioni dei professori Luigi Argentieri e Marcello Ignone che hanno chiarito il ruolo che Messe ha avuto nel secondo conflitto mondiale”.
Dopo lunghe diatribe e tentativi falliti, il 29 novembre 2022, il busto fu collocato nell’atrio di Palazzo Messe, sede del Centro direzionale del personale militare, a Roma – Cecchignola. Anche questa scelta non ha messo tutti d’accordo, infatti, il professor Ugo Falcone, membro della Società italiana di storia militare, se da un lato ha formulato, a pagina 239, “Il più sentito compiacimento per la felice collocazione del busto nella Capitale d’Italia”, dall’altro lato, ha espresso sommesso dispiacere che tale opera, realizzata da uno scultore mesagnese e “Con le donazioni di tanti benemeriti cittadini mesagnesi, non abbia mai trovato nei decenni scorsi una sede pubblica nella Città di Mesagne”.
In conclusione, Antonino Zarcone, già capo Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, a pagina 153, osserva che: “Nonostante la brillante carriera, il valore mostrato sui campi di battaglia della Prima e della Seconda guerra mondiale, il contributo offerto per la ricostruzione dell’esercito italiano e la partecipazione alla Guerra di Liberazione, Giovanni Messe è poco noto alla gran parte degli italiani; nel suo stesso paese di nascita, fino a pochi anni fa, non gli era dedicata nessuna via o infrastruttura”.
Il volume è utile per quanti vogliono conoscere o approfondire la complessa vita del Generale pugliese che, pur essendo di umili origini, ha avuto responsabilità militari di primissimo piano, un’esperienza politica parlamentare e un’intensa attività pubblicistica.
Vincenzo Legrottaglie